Photo by Luigi Orru

Dall’Ippodromo delle Capannelle all’Atlantico Live, diciamo che le premesse, dal punto di vista strutturale, non erano delle migliori per contenere i fans numerosi accorsi per la prima data del nuovo tour degli Afterhours. Ad aprire il concerto gli Afgan Whigs di Greg Dulli, puntuali sul palco alle ore 21:00, intrattengono ed accendono il pubblico accaldato dell’ex PalaCisalfa. Un set tirato, rock, duro, come solo poteva essere chiunque salisse sul palco prima del gruppo milanese. Gli Afterhours si fanno attendere, colpa di un prolungato cambio palco, e sono già le 23:00 quando la band si schiera lentamente ed abbraccia gli strumenti. Si inizia con il nuovo disco, e, proprio come in Padania, la voce di Agnelli si scalda con le note di Metamorfosi: “Io vorrei spiegarti cos’ho, è come un cane rabbioso che morde a sangue il mio futuro”. Si prosegue con Terra di nessuno, e la collera non accenna a placarsi, un coro unanime intona “Ti ho guardato troppo abbassare il tuo viso, aspettando il colpo che ci avrebbe steso”. Un salto nel passato con La verità che ricordavo e poi di nuovo nel 2012 con Costruire per distruggere, uno dei momenti più intensi della serata, con quel suo ritornello che è già entrato nei classici degli After: “Sarà bellissimo fare parte della gente, senza appartenere a niente”. Una piccola pausa dalla musica per leggere un brano tratto dall’agenda rossa di Paolo Borsellino, a dimostrazione che la musica deve anche essere cultura, politica e impegno sociale, come il gruppo sostiene da sempre. E poi ancora Male di miele, e sotto il palco il pogo si scatena. Si torna alla calma con Padania, primo singolo e title track, e piano piano sfilano tutte le canzoni del disco, compresa l’intensa Nostro anche se ci fa male: “Con il veleno che ti ho messo in cuore non si sopravvive mai”.  Il gruppo si concede una pausa, per poi tornare sul palco per il primo bis, insieme a Greg Dulli. Gli Afterhours ci regalano una meravigliosa versione de La vedova bianca, cantata da Agnelli in italiano e da Dulli in inglese, Voglio una pelle splendida e Bye bye Bombay. Di nuovo tutti fuori, ma il pubblico reclama a gran voce un altro set, di un live tra i più ispirati del gruppo, nonostante l’acustica davvero discutibile. Manuel si accomoda al pianoforte per suonare Pelle, poi arriva Quello che non c’è e la serata si chiude veramente sulle note di Posso avere il tuo deserto? E’ l’una passata e l’Atlantico comincia a svuotarsi: è iniziata una lunga, calda, stagione estiva.

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