Stefano Mariantoni è un insegnante e giornalista reatino. Dopo aver ricevuto diversi premi e riconoscimenti è arrivata anche la pubblicazione di “Curvadivita”, una raccolta di racconti sul tema dell’adolescenza, e due fiabe per bambini. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio il suo percorso artistico e le sue passioni.

 1- Da giornalista sei abituato a fare interviste più che a riceverne. Com’è trovarsi dall’altra parte?

 E’ strano, all’inizio non ti ci ritrovi, però alla fine ti piace perché puoi sperimentare come allo specchio quello che hai già vissuto dall’altra parte. Non ho mai avuto interviste preparate, mi sono sempre sentito un po’ impacciato perché non sono velocissimo ad afferrare subito la risposta adatta, magari mi si aprono parentesi improprie, per questo mi metto a scrivere, perché a voce per me è più difficile comunicare, mentre con la scrittura puoi correggere, sistemare, farti una scaletta mentale. Comunque è bello poter rispondere alle domande, a me piace.

 2- Quando hai iniziato ad appassionarti alla scrittura e cosa consiglieresti ad un ragazzo/a che vuole iniziare a farlo?

Io ho iniziato a provare ammirazione ed attrazione per qualsiasi cosa trovavo sulla carta, nero su bianco. È un mio istinto naturale, andare a scoprire il modo di scrivere della gente, gli stili. Non mi sono mai soffermato sui contenuti quanto sulle modalità comunicative di chi scriveva. I libri che mi sono piaciuti di più sono quelli che mi hanno dato un transfert in questo senso, non tanto cosa è stato detto, ma il come. Io consiglierei ai ragazzi che vogliono iniziare a scrivere di farlo, perché le passioni vanno assecondate, non bisogna tenersele dentro perché ci dicono che è difficile, o che non ce la faremo mai. Ci saranno tanti tentativi di scoraggiamento, io stesso ne ho incontrati tanti, spesso me li sono creati anche da solo per colpa di una mia sfiducia, però se uno ha questa voglia la deve portare avanti con molta umiltà e voglia di imparare, non bisogna mai sentirsi arrivati, non bisogna avere un approccio presuntuoso alla scrittura, anche quando si ottengono dei premi o dei riconoscimenti, piccoli o grandi che siano.

 3- Il tuo primo libro di racconti, “Curvadivita”, racchiude sei storie eterogenee, ma accomunate da un filo conduttore comune: un evento, interiore od esteriore, che dona una maggiore consapevolezza al protagonista. A cosa ti ispiri solitamente per scrivere? Quanto c’è di autobiografico?

In questo primo mio tentativo di cimentarmi nella narrativa, prima mi ero sempre occupato di cronaca, ho cercato di mescolare i ricordi, le sensazioni, gli stati d’animo con qualcosa di inedito, non ho guardato molto il filo conduttore, non è stato il mio obiettivo, se l’ho creato l’ho fatto in maniera inconsapevole. Le storie hanno strutture, modalità comunicative ed argomenti molto distanti tra loro, forse questa è una pecca del libro. Sono comunque racconti legati al tema della giovinezza, vista sotto diverse sfaccettature, perché è una fase che mi sento di poter raccontare per averla vissuta in maniera quasi completa, dato che non sono più un adolescente. Credo che scrivere sia anche un po’ l’arte di mettersi nei panni degli altri, come ho fatto in “Curvadivita”, i personaggi esistono già, ce li hai dentro, devi soltanto riuscire a tirarli fuori. Sono loro che si servono di te per farsi conoscere, ti dicono come devi raccontarli. L’ispirazione viene un po’ dalle idee, dalla voglia di scrivere qualcosa di bello, qualcosa di nuovo.

 4- Oltre ai racconti, ti sei occupato anche di fiabe, scrivendo libri per bambini come “Giraluna” e “Betto il cassonetto”. Ce ne vuoi parlare?

“Giraluna” è nata una mattina in cui stavo andando a Roma alla conferenza stampa di presentazione dei giochi nazionali di Special Olympics del 2008, e accanto all’autostrada, all’altezza di Settebagni, c’era questo campo di girasoli enorme e mi sono immaginato che ce ne fosse uno rivolto dall’altra parte. C’è questa metafora della diversità, del girasole che la pensa in maniera diversa, che si distingue dagli altri, che vuole inseguire i propri sogni, le proprie aspirazioni. È un po’ quello che vivono questi ragazzi speciali con cui spesso mi trovo insieme grazie a Special Olympics, a cui il libro è dedicato. È stata una storia molto fortunata, ha avuto un percorso di diffusione molto ampio, soprattutto nelle scuole, con i bambini curiosi di leggere questa storia, e mi ha reso molto orgoglioso. Non mi aspettavo di scrivere per i bambini, però mi è venuto naturale, mi piace anche aggiungere curiosità, piccole informazioni scientifiche che possono arricchire chi legge. 

“Betto il cassonetto” è stato invece il tentativo di coinvolgere i ragazzi che frequentano la scuola con il sostegno in un’attività teatrale, ed ho pensato questa storia sul riciclo in cui i rifiuti si ribellano perché non vogliono stare insieme e creano scompiglio nella scuola. Da quello che era un brogliaccio, una paginetta, ne è nata una storia, Lucia Ricciardi ci ha messo i suoi colori ed abbiamo creato un libro che si presta molto ad entrare nelle classi per proporre un’attività ambientale, dare una mano a capire meglio le regole sulla raccolta differenziata e sull’importanza del riciclo. Potrebbe rientrare tra i vari progetti che il prossimo saranno presenti in qualche offerta formativa scolastica, come un percorso di lettura da affiancare ad incontri con gli esperti.

 5- Libri nel cassetto? C’è qualche progetto a cui stai lavorando o che partirà a breve?

Ho un libro che non ho mai pubblicato, un romanzo breve che non sto promuovendo più di tanto, ma che potrebbe essere una futura pubblicazione. Sto lavorando anche ad un racconto per ragazzi, ma è ancora tutto da sviluppare. Ho pubblicato l’incipit su “Friends”, il mensile gratuito dedicato ai bambini che esce da qualche mese a Rieti, e loro mi hanno chiesto di scrivere un inizio di racconto, che poi sarà sviluppato dai ragazzi. Io comunque scriverò la mia storia e poi le confronteremo. In programma ho anche un libro che ripercorre il meeting di atletica di Rieti, ci sto lavorando da diversi mesi e lo dovrò arricchire con i ricordi del direttore Sandro Giovannelli, che non trovandosi mai in Italia faccio un po’ fatica a rintracciare. Il progetto è stato appoggiato dalla Biblioteca di Rieti e da un finanziamento regionale.

 6- E libri sul comodino? Quali sono gli autori che ti hanno più arricchito ed influenzato nel tuo percorso artistico?

All’inizio della mia carriera di lettore, che è stata tardiva lo ammetto, ho letto prevalentemente testi scolastici che venivano proposti dagli insegnanti. Più tardi mi è venuto un bell’appetito letterario, ed ho iniziato con Baricco, De Carlo, la Mazzantini, Ammaniti, ho letto anche Fabio Volo, che viene denigrato dai puristi, ma riesce a trasmettere una certa leggerezza, ed è apprezzabile secondo me. Poi ho conosciuto Erri De Luca, che mi ha dato molto a livello di sensazioni, mi ha fatto vivere un po’ la sua vita, ho ritrovato tante affinità in come vive lui le situazioni, anche se non ho fatto le sue scelte così coraggiose e controcorrente. Mi piace come si pone di fronte all’arte e alla notorietà, è schivo, non cerca il riconoscimento personale e mi ritrovo in questo atteggiamento. Tra gli autori esteri posso dire Salinger, Fritzgerald, ultimamente Foer, ed anche Pennac.

 7- Libri nello zaino? Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho finito stamattina l’ultimo libro di Erri De Luca, ora riprenderò l’ultimo di Saviano, come vedi apro delle parentesi non solo nella scrittura, ma anche nella lettura. Sul mio comodino c’è De Filippo, con “Sabato, domenica e lunedì”, una raccolta di racconti di Salinger, un altro libro di Erri De Luca, poi c’è Seneca, ogni tanto mi leggo una lettera a Lucilio, e poi leggo qualche racconto di Gianni Rodari, che fanno riflettere ed allenano la fantasia.

 8- Hai mai pensato di scrivere delle sceneggiature, magari per un cortometraggio o un film?

Sarebbe bello, io adoro il cinema, le creazioni che possono poi sfociare in una produzione cinematografica. Mi piacerebbe, a volte credo che alcune cose che ho scritto si presterebbero a questa cosa, però serve una bella storia strutturata su vari livelli, che abbia un corpo più consistente rispetto a quello che ho scritto finora. Ma forse non devo essere io a chiederlo, se magari qualcuno pensa che ne valga la pena, magari arriverà anche questo. So che vorrei migliorare la mia formazione proprio con un corso di sceneggiatura, perché fa bene alla scrittura, ti aiuta a descrivere meglio le scene, i paesaggi, le situazioni.

 9- Qual è stata la tua soddisfazione più grande dal punto di vista artistico?

Non so se dire quando ho scoperto che avrei pubblicato il libro, avendo vinto il concorso della casa editrice Cinquemarzo. Lì c’è stata una bella esultanza, però per me le soddisfazioni più grandi sono quando posso mettere il punto finale, quando posso spegnere il computer sapendo che la storia è finita, al di là di quello che poi penserà la gente. Perché già mi rendo conto di quello che è venuto fuori, so il sacrificio, l’impegno, poi come andrà andrà, ma di solito se una cosa piace tanto a me piace parecchio anche agli altri. Lascio andare la storia tra la gente, la lascio camminare con le sue gambe verso gli altri, e se lo faccio vuol dire che ci credo, anche perché non pubblico tutte le cose che scrivo.

 10- E quella che vorresti raggiungere?

 Mi piacerebbe raggiungere la scrittura di un romanzo, di una storia che possa essere chiamata tale, con una struttura narrativa romanzesca. Per me non è facile scrivere storie con orizzonti narrativi dilatati, vorrei dedicare del tempo a questa cosa, per vedere se sono capace. Ho scritto cose che si avvicinano al romanzo breve, ma voglio andare oltre, voglio puntare su questo. Speriamo di arrivarci, speriamo che me la cavo.