Sono sulla scena musicale da più di vent’anni, ma sembra che il pubblico ed il cinema li abbiano scoperti solo ora. Colonne sonore, letteratura e collaborazioni, fino al “Primo lunedì del mondo”, quinto album profetico, un buon auspicio per una nuova alba, un nuovo inizio. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Simone Lenzi, voce e mente del gruppo, in occasione del loro concerto reatino.

1- Rientrate a pieno titolo nell’albo dei gruppi alternativi italiani con il nome più originale. A cosa si ispira il vostro?

È un nome che risale ormai a venti anni fa, stavamo cercando un nome, eravamo a Pisa all’orto botanico, c’era una pianta che si chiamava Virginiana Miller e decidemmo per quello, perché non è un nome che ci avrebbe etichettato. Se ti chiami “Sepultura” uno si aspetta che tu faccia determinate cose, se ti chiami Virginiana Miller sei un po’ più libero!

2- È uscito quest’anno il vostro quinto album “Il primo lunedì del mondo”, che vanta diverse collaborazioni con il cinema, una ne “La prima cosa bella” di Paolo Virzì e l’altra nel film “Cosmonauta” di Susanna Nicchiarelli. Come nascono questi connubi?

Non nascono da noi, ma fortunatamente da loro. Nel caso di Susanna Nicchiarelli, lei ha fatto un film che rientra nel genere dei “musicarelli” degli anni ‘60 e qui ci sono delle canzoni che fanno da colonna sonora e a noi aveva chiesto di rifare “E’ la pioggia che va” dei Rokes. Nel caso di Paolo Virzì c’è un piccolo pezzo di “L’angelo necessario” che è in sottofondo in una scena del film, penso che sia stato da parte di Paolo un atto carino nei nostri confronti di cui siamo stati molto felici, anche perché è un film che personalmente ho amato molto. Poi nel nostro video “Acque sicure” ci sono degli inediti tratti proprio dal film, è stato proprio un atto dovuto!

3- A proposito di collaborazioni, avete lavorato anche con diversi gruppi della scena italiana, insieme ai Baustelle e a Giorgio Canali nel brano “Malvivente”, e avete suonato diverse volte accanto ai Perturbazione. Ci sono altri progetti in cantiere su questo fronte? Con quali artisti italiani vi piacerebbe lavorare?

Artisti con cui ci piacerebbe collaborare ce ne sono diversi, io credo che ci siano diversi modi in cui possano nascere. Uno di questi è dire “cerco di tirar dentro il nome grosso, indipendentemente da quello che ci voglio fare perché avrò un rientro in termini di notorietà, di immagine, etc”. Io non credo molto in questo tipo di collaborazione, credo che uno debba avere un progetto e poi per quel progetto trova le collaborazioni migliori. Per esempio quando girammo il video di “Malvivente” la faccia di Canali era perfetta! Artisti con cui vorremmo lavorare ce ne sono davvero tanti, non voglio fare dei nomi, ma ce ne sono.

4- Simone, in tutti i tuoi testi c’è spesso un riferimento letterario, che a volte non si ferma alla mera citazione – come nel caso di “Abitano la terra”, tratto da “Profugiorum ab Aerumna Libri” di Leon Battista Alberti – Da cosa ti lasci ispirare per scrivere?

Il fatto che i testi abbiano un valore letterario mi fa piacere sentirlo dire, però rimangono per me testi di canzoni. Poi è vero che dal punto di vista letterario risentono di letture ma semplicemente perché le letture sono eventi della vita al pari di altri. Quando scrivi parli di incontri speciali, come a volte sono i libri che leggi. Nel caso di Leon Battista Alberti, volevo dare l’idea di quanto fosse viva e musicale la lingua italiana in quegli anni, ricca di sfumature che si sono un po’ perse oggi, i media hanno standardizzato ed appiattito il livello linguistico italiano.

5- Quanto è difficile per un gruppo indipendente come il vostro, che non ha alle spalle una grande casa discografica, farsi conoscere e fare musica il Italia?

Io credo indubbiamente che sia difficile, e che alle lunga possa diventare impossibile, se non accade quello che per fortuna è capitato un po’ a noi, nel senso che suonando e facendo dei dischi e promuovendoli con i mezzi che avevamo alla fine si è creato un pubblico. Il fatto che tu abbia un pubblico è la cosa che comunque ti garantisce la possibilità di andare avanti, se non ci riesci è inevitabile che tu desista. I dischi si fanno se poi li vendi, se non vendi puoi comunque farli, ma diventa un esercizio sterile. Per “pubblico” non intendo un fattore quantitativo, ma qualitativo, serve per avere un ritorno, per sapere che qualcuno aspetta quello che fai.

6- Il vostro ultimo album si intitola “Il primo lunedì del mondo”. Qual è il significato che volete trasmettere con questa metafora?

Se pensi che il disco viene dopo quattro anni da “Fuochi fatui d’artificio”, in questo lasso di tempo è come se ci fosse stata una lunga domenica, dove per domenica si intende quella giornata non particolarmente attiva e felice. Dato che veniamo da fuochi d’artificio diciamo che è stata un po’ la domenica delle salme! C’era anche la difficoltà di trovare un’etichetta che volesse produrre il disco, dato che la Fandango aveva smesso di farne, e ci siamo dovuti guardare intorno. Il primo lunedì del mondo è un augurio, l’idea che ci sia qualcosa da fare, e che sia bello farlo soprattutto. Il disco sta andando bene, è alla terza ristampa, sta ricevendo molto consenso dalla stampa, è disco della settimana sul Venerdì di Repubblica, ne hanno parlato bene più o meno tutti. L’impressione che abbiamo è proprio che ci sia più pubblico, più interesse, più attenzione. Siamo riusciti a fare qualcosa che, senza perdere di qualità, di intensità e di identità, avesse però un’immediatezza maggiore rispetto ai lavori precedenti. È un disco in cui crediamo sicuramente.

7- Vi lascio con una provocazione: se il prossimo anno veniste scelti da un eventuale direttore artistico per partecipare al Festival di Sanremo, cosa rispondereste?

Magari! Cercheremmo di fare ciò che abbiamo sempre fatto! Il problema non è nostro, è di Sanremo. Nell’ultimo disco ci sono canzoni come “Lunedì” o “L’angelo necessario” o “La risposta” che potrebbero tranquillamente essere ascoltate a Sanremo. Se a Sanremo questi pezzi non li vogliono è un problema di Sanremo, non nostro. Di certo non cambieremo noi, cambierà Sanremo! Sicuramente ci farebbe piacere andarci, è un grande evento mediatico.