Afterhous_1Promotori e portavoce della scena alternativa italiana, gli Afterhours saliranno domani sul palco del Roma in Rock per presentare il loro progetto Voglio Fare Qualcosa Che Serva Tour 2009. Ne abbiamo approfittato per fare un’intervista a Giorgio Prette, batterista e co-fondatore del gruppo insieme a Manuel Agnelli.

Gli Afterhours sono, a tutti gli effetti, il gruppo principe del panorama indipendente italiano, da circa vent’anni sulle scene, ma da poco conosciuto e apprezzato anche dai non esperti del settore. Come è cambiato il vostro pubblico in questi anni?

In realtà non c’è stato un vero e proprio cambiamento, ma piuttosto un rinnovamento d’età, diciamo che non abbiamo un pubblico che invecchia con noi, anche se sicuramente ce n’è una parte che ci seguiva assiduamente in passato e che continua a farlo ancora oggi. Ed il risultato alla fine è comunque omogeneo.

Ormai sono passati alcuni mesi dall’esperienza sanremese, il tempo giusto per fare una lucida analisi e tirare le somme: siete soddisfatti del riconoscimento ottenuto (Premio della Critica Mia Martini) o tornando indietro fareste qualcosa di diverso?

Siamo stracontenti, meglio di così non poteva andare! Non siamo andati soltanto per aumentare la nostra visibilità o per avere un pubblico più vasto, siamo andati lì soprattutto per fare comunicazione, ed essere eliminati la prima sera ci ha dato il triplo della promozione il giorno dopo ed è stato un enorme vantaggio, perché per noi la competizione non esisteva. Oltre a questo aver ricevuto anche il Premio della Critica è stato un riconoscimento enorme, che non ci aspettavamo; è stato un coronamento totale, meglio di così non poteva andare.

Dopo l’esperienza sanremese state presentando il tour Voglio far qualcosa che serva 2009, che farà tappa a Roma domani. Ci vuoi parlare di questo progetto? Come nasce e con che criterio sono stati scelti i gruppi che ne fanno parte?

Il tour di questa estate prosegue il concetto nato con il Festival, sviluppato con la pubblicazione del disco Il Paese è reale insieme ad altri 18 artisti, e con le performance di varia natura ed in varie locations, come ad esempio il reading al Palazzo delle Esposizioni o il concerto del Primo Maggio. È un tour degli Afterhours nel quale cerchiamo di ospitare sempre qualcuno sul nostro palco, sarà lo stesso anche domani sera, ma nessuna anticipazione. Per quanto riguarda la selezione degli artisti abbiamo fatto una rosa di nomi, di gruppi e cantanti che ci piacevano e poi abbiamo scelto. Volevamo che fossero nomi con poca visibilità nei media generalisti e molto eterogenei tra loro, sia a livello di stile che di età.

Siete stati giustamente definiti “indipendenti tra gli indipendenti”, a sottolineare il fatto che dopo la rottura dalla Universal siete attualmente senza etichetta discografica. Come pensate di muovervi in futuro? Siamo arrivati al punto in cui si può davvero fare musica senza nessun apporto esterno una volta che si è arrivati ad un certo livello di notorietà?

Per noi l’unica cosa veramente importante è fare qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto fino ad oggi, da qualsiasi punto di vista, che sia musicale, o a livello di arrangiamenti, di materiale o la stessa performance live, in cui cerchiamo sempre di creare dei piccoli eventi. E speriamo di poter cominciare già a settembre a lavorare sul nuovo album, dato che fino ad ora non abbiamo avuto tempo.

Tra i vostri progetti anche Uniti per l’Abruzzo, l’atto di solidarietà dei musicisti nei confronti delle vittime del terremoto. Anche questo fa parte del motto “far qualcosa che serva”? Quanto la musica può effettivamente dare una mano al proprio Paese?

È una cosa slegata dal punto di vista organizzativo, nel senso che non è una nostra idea, ma un progetto portato avanti da Jovanotti, Mauro Pagani e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Ci hanno chiesto di partecipare e noi abbiamo accettato stra-volentieri. La musica può dare una mano, certo non sempre, dipende da come vengono fatte le cose, da sola non può fare niente, ma le persone con la musica possono fare qualcosa, possono dare il loro contributo.

Avete ricevuto in questi giorni il Premio Lunezia della Critica 2009 per il valore musical-letterario dell’album Il Paese è reale. Come vivete questo bel riconoscimento?

I premi fanno sempre piacere, sono una conferma di apprezzamento su quello che abbiamo fatto. Sicuramente ci inorgoglisce, è il riconoscimento di cose che vengono dal nostro modo di essere come persone e non solo come musicisti.

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