Fabrizio CoppolaAbbiamo raggiunto per un’intervista Fabrizio Coppola, giovane cantautore milanese che ha da poco pubblicato un Ep molto interessante, La Stupidità, ed è attualmente al lavoro sul terzo album, Waterloo, in uscita ad ottobre. Da Moravia, ad Hemingway, a Dylan, ecco cosa ci ha raccontato.

Il tuo singolo, La stupidità, che dà anche titolo all’ep, è un inno contro il razzismo e la violenza ispirato ad un fatto reale- la morte di Abdul Salam, cittadino italiano di colore ucciso a sprangate a Milano nel 2008 per aver rubato un pacco di biscotti- ce ne vuoi parlare? Com’è a tuo parere la situazione nella città in cui vivi, Milano, e più in generale in Italia?

La stupidità non è solo un inno contro il razzismo, è una specie di sfogo personale contro tutta una serie di comportamenti che oggi vengono indotti attraverso la manipolazione e la distorsione della realtà. Così accade che la gente viva nel terrore dell’altro, del diverso, dello straniero, e si barrica in casa, dota le sue finestre di sbarre a proteggere la roccaforte della paura che si sono costruiti. E non vivono più la città, non vanno nei parchi e non sanno realmente cosa succede nelle strade, ma si fidano di quello che gli dice la tv. È un discorso sulla chiusura mentale, un atteggiamento che non ci aiuterà a diventare un paese migliore. Bisogna essere lungimiranti: come ogni Paese occidentale, anche noi siamo destinati, per lo sviluppo degli eventi, a diventare un Paese multirazziale: fare oggi una battaglia per impedire che questo accada è il segno di una visione che non va aldilà del proprio naso. Cercare di manomettere intenzionalmente il normale processo di integrazione è un atteggiamento dannoso oltreché miope. Cercare di dividere nelle scuole i bambini italiani dai figli degli immigrati accampando motivi didattici è un modo per chiudere gli occhi di fronte al futuro. Io non penso che le persone che portano avanti queste campagne politiche abbiano viaggiato molto. Non penso che si siano mai presi la briga di andare a vedere com’è la situazione nelle altre grandi città europee.

Tuo padre è stato direttore d’orchestra alla Scala di Milano, quanto ha influito sulla tua formazione e sulla tua scelta di dedicarti alla musica?

Mio padre ha suonato alla Scala per una trentina d’anni. Quando ero piccolo mi portava alle prove. Io me ne stavo seduto per terra, accanto a lui, nella buca dell’orchestra, e ascoltavo per ore di fila. Penso che in qualche modo queste esperienze abbiano formato la mia sensibilità musicale, mi abbiano portato a realizzare che la musica è un grande strumento di comunicazione, ma rappresenta anche un mondo a sé stante, una possibilità di bellezza fuori dallo spazio e dal tempo.

Il brano La superficie delle cose è stato inserito nella colonna sonora del film Pedra Mendalza di Claudio Rocchi. Come nasce la collaborazione per il cinema? È diverso l’approccio compositivo?

Ho conosciuto Claudio Rocchi più di dieci anni fa e anche se non c’è mai stata una frequentazione assidua lui ha sempre seguito il mio lavoro. Così un giorno mi ha chiamato chiedendomi di poter inserire La superficie delle cose nella scena finale del suo film. Anche se il brano non è stato scritto appositamente per il film per me è un grande onore e mi piacerebbe in futuro avere altre occasioni di lavorare per il cinema.

Quanto è difficile essere cantautori in Italia? Più o meno rispetto al passato? Quanto sono d’aiuto Internet e le nuove tecnologie?

Fare il musicista di professione oggi in Italia è molto complicato – praticamente un miraggio per la maggior parte di noi. Però allo stesso modo è molto complicato affermarsi in una qualsiasi attività professionale – ricercatore, architetto, giornalista, avvocato, etc.. – se non si ha alle spalle una famiglia inserita e influente. Il motivo è che nel nostro Paese vige un sistema corporativo completamente bloccato. O nasci dentro o rischi di restarne fuori per tutta la vita. Il nome e le frequentazioni contano ancora molto di più rispetto alla qualità e alla professionalità. Per quanto riguarda Internet ha sicuramente comportato una rivoluzione nel modo in cui viene percepita e fruita la musica – e non sempre per il meglio, credo. Ti aiuta ad avere maggiore visibilità, ma spesso questa visibilità non entra nel mondo reale ma resta confinata online. In generale, vorrei più gente ai concerti e meno su Last.fm, tanto per dirne una.

Nei tuoi dischi c’è molto blues e rock americano. Quali sono le fonti d’ispirazioni, sia musicali che eventualmente letterarie?

Sono cresciuto ascoltando quasi esclusivamente artisti inglesi e americani – Dylan, Petty, Young, Springsteen, i Beatles e molti, molti altri. È chiaro quindi che da lì ho preso le coordinate principali. Quando ero piccolo in casa dei miei si ascoltavano i cantautori – i grandi autori italiani degli anni Sessanta e Settanta, e sono certo che anche da lì ho preso molto, se non fosse altro per il fatto che scrivo in italiano. Dal punto di vista letterario sono molti gli autori che mi hanno ispirato e continuano a farlo. Per fare qualche nome ti dico Verga, Moravia, Pavese, Elsa Morante, Bianciardi e poi Joyce, Zola, Carver e tutti quelli che lo hanno preceduto, da Hemingway in su e in giù.

Cosa ascolti del panorama musicale italiano? C’è qualche artista che ti va di consigliarci e con il quale ti piacerebbe collaborare?

Sono molti gli artisti italiani che apprezzo e che stimo: tra i tanti posso citarti Manuel Agnelli (frontman degli Afterhours, nda), che scrive testi di grande lucidità e inoltre si è ritagliato un ruolo quasi di agit-prop della musica underground italiana – col Tora- Tora prima e con Il paese è reale adesso. Paolo Benvegnù è un altro artista che stimo enormemente. Andando un po’ fuori dalla musica che ascolto di solito c’è il Teatro degli Orrori, che ho visto più volte dal vivo e con i quali ho anche diviso il palco in qualche occasione: oltre alla furia sonora mi hanno colpito per i testi di grande rilevanza, in particolare in un momento storico come quello che stiamo vivendo oggi. Pensando alla scena milanese ti dico Giuliano Dottori, Daniele Tenca e i Guignol, tutti artisti che conosco e con i quali c’è un’affinità sostanziale oltre a una bella amicizia.

Ad ottobre uscirà il terzo album in studio, Waterloo, qualche anticipazione? Quali argomenti tratterai, sarà sempre incentrato sulla tematica sociale?

Nel nuovo disco ci saranno due o tre canzoni focalizzate in maniera specifica su tematiche sociali. Tematiche che ho già trattato in passato ma che oggi mi sembrano molto urgenti. In generale il disco parla del periodo che stiamo vivendo, di come è organizzata la società e del ruolo paradossalmente sempre più marginale che l’uomo riveste al suo interno.

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