VelvetC’era attesa e c’era pubblico al Circolo degli Artisti martedì, in programma la presentazione del quinto disco dei romani Velvet: Nella lista delle cattive abitudini. E tra il pubblico ci sono colleghi, fan, curiosi, giornalisti. Perché i Velvet sono uno di quei gruppi che si guardano con riserva, per capire se tenerli legati all’immagine della “boyband” o sdoganarli in favore di quell’attitudine indie rock che da anni rivendicano. Il loro percorso infatti non è stato lineare, sono partiti con le hit da stagione, Boyband e Tokio Eyes solo per fare un esempio, e poi si sono indirizzati su un percorso più intimista ed impegnato. Li abbiamo ascoltati attentamente, ma il risultato non è quello che ci aspettavamo. Il nuovo album non convince, capiamo l’emozione di suonare in casa, capiamo i rischi della cosiddetta “data zero”, ma alcune lacune sono davvero ingiustificabili. Sono bravi musicisti, hanno una buona presenza scenica, ma l’impressione che si ha è quella di un mix che non funziona, di una stonatura sottile che non va via neanche quando ripropongono Dovevo dirti molte cose, brano sanremese nonché uno dei loro migliori riusciti. I Velvet continuano a barcamenarsi in quel limbo sottile che li avvicina più al pop che al rock, quello più orecchiabile, quello che strizza l’occhio alle radio. Non c’è nulla di male, ma basta chiarire gli intenti. La voce arriva poco, non sta dietro alla musica, ed anche i testi non aggiungono nulla di nuovo, per un disco che sin dal titolo vuole essere di denuncia e provocazione. Tanti sono gli spunti, dalla critica alla classe politica, alla solitudine di una società sempre in movimento, alla mancanza di informazione nel nostro Paese. Ma solo soltanto spunti, come una chiacchierata al bar, come un discorso sui generis. Manca l’approfondimento, manca l’atteggiamento artistico che dovrebbe far riflettere, manca quel ruolo sociale che la musica dovrebbe avere. Un disco che loro affermano essere dettato dalla rabbia e dall’urgenza di comunicare, che parte però in sordina e non decolla mai.

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