Paolo BenvegnùPaolo Benvegnù è un nome sconosciuto ai più, una di quelle figure che restano ai margini del panorama musicale, che lavorano fuori dal jet- set discografico creando tuttavia opere che vengono apprezzate non solo dal pubblico di affezionati, ma da tutta la critica musicale. Leader e mente degli Scisma a cavallo degli anni novanta- l’album Rosemary Plexiglass è considerato il manifesto dell’underground italiano- prosegue poi la carriera solista prima con Piccoli fragilissimi film, e poi con l’ep 14-19. Sabato 17 gennaio Benvegnù torna al Circolo degli Artisti per riproporre il suo ultimo lavoro, Le labbra, uscito a febbraio dello scorso anno, e riconosciuto all’unanimità una piccola perla del panorama nostrano. Uno stile cantautoriale carico di poesia e passione, già la rosa rossa che si apre sulla copertina del disco preannuncia il senso dello stesso: la bellezza e la perfezione di un fiore intrappolata in un groviglio di spine. Spine che feriscono, spine che bruciano, in ognuna delle undici storie racchiuse nell’album. Un amore coraggioso, sofferto: “Il mio amore è santo e blasfemo, perché ha toccato gli angeli, perché fatica a respirare, è andato oltre, ha spalancato tutte le sue porte e incendia il mondo”. Un amore cercato e voluto, affrontato senza paura: “Potrai dividere il mio corpo in parti uguali in un istante che purifica, non c’è nessun confine che divida o illumini la freccia e il suo bersaglio, potrai colpirmi a fondo e farmi sanguinare in un istante che purifica”. Un amore caduto che non può continuare: “Non vedo più, non sento quest’ansia di arrivare sul tuo ventre caldo, depositare il seme senza amare il campo. Ti ho vista immobile nel desiderio, senza nessun bisogno di tornare, e poi pregare per ricominciare a costruire”. Proprio come una rosa che si schiude, la poesia si apre alla musica, che spazia dalla sperimentazione al jazz, che dal vivo esplode in tutta la sua potenza, grazie alla duttilità e alla bravura dei musicisti che accompagnano Benvegnù sul palco. Due ore di emozioni, una medicina per l’anima, brani dove le parole non sono un semplice riempitivo della musica, “non è inchiostro nero, ma sangue che grandina gioia”.

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