DiaframmaI Diaframma sono sulla scena da circa trent’anni; com’è cambiato il panorama musicale indipendente da allora ad oggi?

Dovessi sintetizzare penso che prima c’erano dieci gruppi, dieci locali in cui suonare e cinque etichette discografiche indipendenti. Oggi ci sono cento locali, diecimila gruppi e tantissime etichette in più. Era un fenomeno molto più circoscritto, davvero underground. E forse era più bello perché era facile suonare nei locali, il pubblico era più riconoscibile. Ora è tutto più confuso, amalgamato, anche le major sono entrate in pompa magna prendendosi i migliori gruppi. C’è più concorrenza, più scelta. Sono i pro e i contro, è cambiato in questo senso, è molto aumentato.

Il tuo progetto musicale è la punta di diamante della New Wave italiana. Come sono stati i tuoi anni ’80? Cos’è per te la New Wave?

Cantare la New Wave in italiano era vista come una cosa molto strana, addirittura osteggiata dai puristi del rock, dagli stessi gruppi, che dicevano che il rock è un fenomeno inglese e va cantato in inglese e non esiste cantarlo in italiano. Noi abbiamo il merito di averlo fatto per primi. Gli anni ‘80 sono stati un vero e proprio stato d’animo, un modo di essere, c’erano delle grandi amicizie, suonare nei Diaframma non era solo far parte di un gruppo, ma abbracciare uno stile di vita, una religione. E poi c’era una buona connessione anche con gli altri gruppi toscani, soprattutto con i Litfiba. Avevamo la stessa casa discografica, suonavamo negli stessi locali. C’era un “tridente” Diaframma- Litfiba- Neon.

Nel 2008 esce Il Dono. Come nasce l’idea di realizzare una compilation di tuoi brani reinterpretati dagli artisti indipendenti italiani. Quali sono le versioni che ti hanno emozionato di più?

È nata perché in realtà io volevo fare un best of dei Diaframma, rimasterizzato con qualche inedito, e al massimo tre artisti che volessero realizzare qualche cover, tipo i Baustelle. Poi mi sono accorto che avevo pochissima voglia di ascoltare le mie canzoni che avevo già inciso e molta voglia di sentire le versioni fatte da altri, ascoltavo solo quelle. Allora mi sono detto, perché non fare un progetto che contenesse solo quelle? Le versioni che mi sono piaciute di più? Diciamo che vado a periodi, in questo momento Verde di Dente e Siberia dei Marlene Kuntz.

Sempre parlando dell’indipendente italiano, credi che attualmente sia possibile, per gli artisti che hai conosciuto e con cui hai collaborato, uscire dalla nicchia dell’underground ed arrivare alla scena principale? Ad esempio, cosa ne pensi degli Afterhours al Festival e della loro idea di creare una compilation (Il paese è reale), trainata dal loro brano sanremese, che racchiuda tutto il meglio della scena indipendente italiana?

Penso che gli Afterhours sono un gruppo che ama le sfide, Manuel Agnelli in particolare, e     Sanremo era sicuramente una grossa sfida in Italia. L’ha voluta fare e credo che comunque il risultato sia stato un pari e patta: gli Afterhours hanno utilizzato Sanremo e Sanremo ha utilizzato gli Afterhours. Il fatto della compilation è una vecchia idea di Manuel, il fatto di farsi portavoce di una scena, di mettersi a capo di una realtà, è nella sua natura. Credo però che questo fatto di non aver inserito il brano nella compilation ufficiale di Sanremo si sia un po’ ritorto contro perché li hanno eliminati subito e non li hanno fatti più suonare. Credo si siano un po’ vendicati a Sanremo di questa “spocchia” in senso benevolo degli Afterhours.. Peccato, perché dovevano fare il duetto con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, e sarebbe stata una bella cosa.

Dopo l’esperienza degli Afterhours, tu penseresti ad andare a Sanremo?

No, non ci sono andato quando me lo hanno chiesto, che ero giovane e bello ed avevo qualche chance, figurati adesso! Come autore di qualche brano forse sì, se ci fosse qualche artista interessante, magari per The Niro o per i Superpartners.

Oltre alla carriera musicale tu ne porti avanti anche una letteraria, hai scritto diversi libri, autobiografie, poesie. Hai mai pensato di scrivere anche per il cinema, come è successo ad esempio per i Baustelle (con il film Giulia non esce la sera)?

Carriera letteraria è una parola un po’ grossa, come hai detto ho scritto libri di poesie, un’autobiografia, ma fondamentalmente sono uno che fa musica, un rockettaro. Mi piace scrivere ogni tanto, poesie, ho avuto la fortuna di vedermele pubblicate, ho un pubblico che mi segue, ma non ho mai puntato a fare lo scrittore a tempo pieno. Sinceramente non ho mai pensato di scrivere per il cinema, non saprei nemmeno da dove si inizia. Poi non so, magari se te lo chiedono ci pensi. I Baustelle avevano già in testa di farlo, io no.

Sei già al lavoro sul nuovo album? Ci dai qualche anticipazione?

L’album nuovo è finito, lo masterizziamo lunedì. Si intitolerà Difficile da trovare, sono dodici canzoni inedite e dovrebbe uscire fine aprile- inizio maggio.

Una curiosità: dopo esser stato oggetto di cover con Il Dono, hai mai pensato di fare tu un album di cover di altri artisti?

Sì, ci penso già da tempo, mi piacerebbe farlo e prima o poi lo farò. Sto lavorando con Alessandro Grazian, e abbiamo già alcune canzoni. Però devo trovare dodici brani che mi piacciono davvero tanto, non è facile. Principalmente sulla canzone d’autore anni ’70, quella anche un po’ più sconosciuta, tipo Renzo Zenobi, un artista che ho amato molto in gioventù. O qualche pezzo oscuro di Paolo Conte, ad esempio Lo scapolo, o un altro pezzo di Francesco Guccini che si chiama La verità, non vorrei confrontarmi con mostri sacri, con pezzi che tutti conoscono perché chiaramente si penserebbe sempre a loro. Ed avendo una pronuncia inglese molto scadente penso solo pezzi italiani.

Dopo tutti questi anni di carriera c’è ancora qualcosa che vorresti fare e non hai fatto, qualche rimpianto?

In particolare no, ma spero di avere una disposizione d’animo aperta, in modo che se si aprirà qualche via, che al momento non c’è o non vedo, me ne possa accorgere, se avrò la fortuna di fare ancora questo mestiere.

E a livello personale invece? Non so, il fatto che tu non abbia mai costruito una famiglia, dei figli?

Beh, un pochino sì. Mi piacciono molto i bambini. Però sai, quando ti abitui a vivere da solo la  solitudine è anche bella, e molto comoda. Io non sono per le relazioni stabili, quindi penso sia normale. Però mai dire mai.